Resistere alla Politica della Paura


di John E. Mack, M.D.

Il Senatore John Edwards e molti altri Americani credono che il Vice Presidente Cheney abbia “passato il limite” quando disse che se avessimo scelto John Kerry, invece di George Bush, saremmo stati nuovamente sconfitti e in maniera devastante per la saldezza degli Stati Uniti. Ma io credo che il limite è stato superato molti mesi, fa quando il Presidente Bush e la sua amministrazione decisero di manipolare le menti della nostra gente, terrorizzandola ostantemente con lo spettro di attacchi terroristici. Il pericolo del terrorismo è reale, per questo è di grande importanza che la nostra capacità di valutazione del rischio che affrontiamo non sia distorta in nome di vantaggi politici.

Non c’è nulla di nuovo in questa strategia tesa ad ottenere e mantenere il potere.

Dallo storico greco Tucidide, al Barone di Montesquieu, sino ad Hermann Goering nel ventesimo secolo, abbiamo capito che che tutto ciò che i leader nazionali devono fare per mantenere il potere è focalizzarsi su una minaccia esterna, nel contempo tacciando di mancanza di patriottismo quanti non vogliono seguire i loro piani, esponendo così il paese ad un pericolo. Ma oggi, ciò che forse è da considerare senza precedenti è il modo sistematico, virtualmente scientifico, con cui l’attuale amministrazione ha usato la paura, per controllare il dissenso e misurare la quantità di paura che noi dovremmo provare.

Alla conferenza intitolata La Paura: i suoi usi ed abusi politici, sponsorizzata il Febbraio scorso dalla New School University di New York, gli organizzatori sottolinearono che Per la prima volta nella nostra storia, oggi non solo veniamo avvertiti che dobbiamo avere paura, ma ci viene detto persino quanto impauriti dobbiamo essere (allarme rosso, arancione e giallo) eppure, a prescindere dal tipo di timore che dovremmo provare, nessun consiglio ci viene elargito sul da farsi, eccetto forse il dover diffidare degli stranieri e il premunirsi con scorte di nastro isolante e acqua in bottiglia.

Il terrorismo è una minaccia terribilmente reale. Ma l’incessante ricorso alla retorica del terrore, della violenza e del pericolo, che ha accompagnato un numero crescente di falsi allarmi, paralizza le nostre menti e ci deruba del potere di distinguere la verità dalle menzogne e di discernere fra i pericoli reali e quelli che ci vengono sbandierati al solo scopo di meglio manovrare la politica interna.

Roboanti proclami e minacce si confondono con la forza, e stupidi discorsi macho sulla debolezza dell’uomo, o il sistematico deridere la nostra eccessiva sensibilità, in realtà possono solo coprire ignoranza e debolezza. Una paura di questo tipo può condurre, come ha fatto nel passato, ad ingiustificati atti di aggressione compiuti in nostro nome.

Esistono altre dannose conseguenze della politica della paura. Essa viene usata strumentalmente per privarci della nostra libertà, mentre noi chiediamo libertà e democrazia per gli altri. Questo provoca una sorta di regressione psicologica nazionale, riducendo la nostra mente a primitive e scarnificate forme di pensiero, quello che il giornalista conservatore Charley Reese ha definito il comico libro mondiale degli eroi Americani e dei malvagi operatori stranieri.

Gli stessi leader si autoconvincono, alla fine, delle proprie proiezioni-minaccia e soccombono inevitabilmente all’atmosfera di paura che hanno contribuito a creare. Il loro discernimento si è indebolito e non si rivolge più ai reali pericoli, mentre gonfia, come nel caso dell¹Iraq, minacce alla nostra sicurezza nazionale che in effetti non esistono. Tale regressione colpisce coloro che hanno le chiavi del comando, può essere scioccante, ma non può più sorprendere che atrocità come quelle commesse nella prigione di Abu Ghraib vengano perpetrate, anche se solo in alcuni casi, da donne.

Il male peggiore è forse ciò che la politica della paura ha fatto ai nostri valori come popolo. Il poeta Michael Blumenthal, ritornando negli Stati Uniti il mese scorso dopo tre anni di permanenza in Europa, ha ritrovato una nazione spaventata e spaventosa, priva di generosità e umanità e decenza e carità una nazione che sembra incapace di trovare per il suo patriottismo una qualsiasi ragione più profonda di un’atmosfera manipolata cinicamente da ansietà e paura. Theodore Sorenson, il primo assistente del Presidente John F.Kennedy, in un suo discorso inaugurale tenuto lo scorso Maggio in Nebraska, ha messo in guardia sul colpo sferrato al grande cuore e all’anima di questo Paese, una nazione che si muove verso una mediocrità feroce, invece che verso un nobile fine.

Alcuni di noi si stanno accorgendo del pericolo della politica della paura. Voci si alzano dall’opposizione. Catharine Gamboa di Baltimora scrive all’editore: Io rifiuto di sottomettermi al terrore, rifiuto di essere impudentemente manipolata da questi sinistri battiti di tamburo, e Steve Mavros di Philadelphia dichiara di essere stufo di vivere nella paura e stanco degli allarmi che mi dicono se fare o meno una passeggiata (New York Times, 9 Settembre, p.A32). Kasey Hrehocik, studentessa della Poteet High School in Texas, ha scritto un documento che si oppone alla fabbrica della paura con cui ci dicono di convivere. Quando permettiamo alla paura di oltrepassare le difese sociali che tengono insieme i nostri ideali ed i nostri valori ha ammonito, permettiamo alla nostra casa, l’America, di diventare una palude ricoperta di immondizia riempita di manipolazioni ed inganni.

Ma le voci di queste coraggiose persone devono trovare unione, in una crescente onda di resistenza. Il pessimo uso della paura finalizzata al controllo delle nostre menti potrebbe rasformarsi in un nuovo cardine della nostra coscienza nazionale, e chi appartenga ad ogni livello del nostro sistema educativo deve poter riconoscere i segnali di tale velenosa strategia. Solo aprendo gli occhi, credo, saremo in grado di preservare i nostri valori nazionali e la nostra integrità, e riusciremo a compiere le scelte intelligenti, dalle quali dipendono la vera “sicurezza” ed il suo raggiungimento.

John E. Mack, M.D.
13 Settembre 2004

Questo editoriale, scritto per il Boston Globe, non era stato ancora pubblicato al momento della morte del Dr. Mack, avvenuta il 27 Settembre 2004, in un incidente di auto.


  • John E. Mack, M.D.
    Autore vincitore del Premio Pulitzer e professore di psichiatria alla Harvard Medical School

© 2004 John E. Mack, M.D.
Tradotto in italiano da Richard per Altrogiornale.org


  Argomenti: Worldviews Politico

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